Benché la vita disgregata sia endemica, l’integrità è sempre una scelta. Una volta che ci siamo resi conto della nostra frammentazione, continuiamo a vivere una contraddizione, oppure cerchiamo di riportare armonia tra il mondo interiore e quello esteriore?
Dato che è talmente lampante che “essere completi” è un bene, la risposta dovrebbe essere chiara. Eppure, come ben sappiamo, non lo è affatto. Infatti, continuiamo a compiere scelte che vanno contro l’integrità, scivolando nel noto schema della fuga:
Tale schema di fuga da se stessi è forte e persistente. Ma ecco una storia vera di qualcuno che ha trovato il coraggio di rompere gli schemi e abbracciare la propria verità. È successo a un ritiro che avevo organizzato per una ventina di funzionari, sia eletti sia nominati, di Washington. Tutti loro erano entrati nel governo animati dall’etica del servizio pubblico, tutti stavano vivendo dei conflitti dolorosi tra i propri valori e la politica del potere e tutti cercavano un sostegno nel viaggio verso una vita “non più disgregata”.
Uno dei partecipanti, dopo aver fatto l’agricoltore per venticinque anni nell’Iowa nordorientale, lavorava da dieci anni al Ministero dell’agricoltura americano. In quel momento sulla sua scrivania vi era una proposta relativa alla conservazione del suolo coltivabile del Midwest, che si sta impoverendo velocemente a causa delle politiche delle imprese agricole, che preferiscono i profitti a breve termine al benessere della terra. Il suo “cuore di agricoltore”, continuava a ripetere il funzionario, sapeva come andava risolta la questione, ma il suo istinto politico lo avvertiva che seguire il proprio cuore avrebbe causato seri problemi, soprattutto con il suo diretto superiore.
La mattina della nostra ultima riunione l’uomo in questione, con occhi arrossati, ci disse che durante la notte insonne aveva capito che doveva tornare in ufficio e seguire il suo cuore di agricoltore. Dopo un silenzio di meditazione, qualcuno gli chiese: «Come farai con il tuo capo, dato che non condivide ciò che intendi fare?». «Non sarà facile» rispose quello «ma durante questo ritiro ho ricordato qualcosa di importante: non rendo conto al mio capo, ma alla terra».
Dal momento che si tratta di una storia vera, non posso darle un lieto fine. Non so se quell’uomo sia tornato al lavoro e abbia fatto esattamente come aveva detto; la sua determinazione potrebbe essersi affievolita durante il ritorno a casa. E, anche se è rimasto saldo nel suo proposito, il suolo coltivabile del Midwest deve ancora essere salvato; il processo di approvazione delle politiche, infatti, è troppo complesso per poter essere riscritto da un momento di illuminazione di una persona sola. Il funzionario del Ministero dell’agricoltura ha compiuto un pellegrinaggio nella natura incontaminata dell’anima umana; non posso affermare che quel pellegrinaggio abbia risolto i suoi problemi o quelli del suolo, così come il mio viaggio a Boundary Waters non risolve i miei problemi o quelli del mondo. Ma una cosa posso affermare con certezza: ogni volta che entriamo in contatto con la vera fonte che portiamo al nostro interno, vi è un netto profitto morale per tutti gli interessati. Persino se non riusciamo a seguire appieno i suoi dettami, ci siamo spinti un po’ di più in quella direzione. E la prossima volta che ci troveremo a vivere il conflitto tra verità interiore e realtà esteriore, sarà più difficile dimenticare o negare che abbiamo un maestro interiore che vuole rivendicare la nostra vita.
Mentre tale consapevolezza cresce dentro di noi, diventiamo parte del potenziale del cambiamento personale e sociale che, per usare le parole di Vaclav Havel (leader della Rivoluzione di velluto, ex presidente della Cecoslovacchia e fautore dell’integrità politica), è “celato nella società intera”. Tale potenziale, scrive Havel, si trova in «tutti coloro che vivono nella menzogna e, ad ogni momento […] possono essere fulminati dalla forza della verità».
Una vita disgregata è un’esistenza lacerata e l’anima continua a chiamarci perché ne saniamo le ferite. Se ignoriamo tale appello, ci ritroveremo a cercare di attutire il dolore con un qualunque anestetico, come l’abuso di sostanze, il lavoro eccessivo, il consumismo o l’insensato chiacchierio dei media. Tali anestetici sono facili da reperire in una società che desidera che rimaniamo frammentati e per giunta ignari del nostro dolore, poiché una vita disgregata che è patologica torna utile ai sistemi sociali, soprattutto quando si tratta di ruoli moralmente dubbi.
Se un funzionario del Ministero dell’agricoltura prende le distanze dalla propria anima, per il suo ufficio è più facile rendere conto alla lobby delle imprese agricole che non alla terra. Ma se lui, o chiunque di noi, riconcilia l’anima con il proprio ruolo, le istituzioni in cui lavora faranno un po’ più di fatica a depredare un altro ecosistema per soddisfare l’avidità delle aziende, a licenziare altri diecimila poveri lavoratori per ottimizzare i profitti dei ricchi o ad approvare un’altra riforma per il “welfare” che fa precipitare madri single e i loro figli in condizioni ancora peggiori.
Naturalmente, se il funzionario in questione ha cominciato a “rendere conto alla terra”, con molta probabilità è divenuto un dipendente molto meno desiderabile agli occhi del suo superiore. Forse gli è stato detto di ritornare in carreggiata, pena la perdita della sua autorità o addirittura del lavoro: è risaputo che le istituzioni puniscono le persone a causa delle loro vite integre.
Nessuno vuole essere penalizzato per aver scelto una vita non più disgregata, ma non può esservi sofferenza più grande che vivere una menzogna eterna. Man mano che ci avviciniamo alla verità che alberga in noi (consapevoli che alla fine quel che conta di più è essere rimasti fedeli a se stessi), le istituzioni cominciano a perdere la propria influenza sulla nostra vita.
Ciò non significa che dobbiamo abbandonare le istituzioni; anzi, se viviamo seguendo gli imperativi dell’anima, troviamo il coraggio di servirle con più lealtà, aiutandole a contrastare la tendenza a tradire la propria missione. Agendo secondo il proprio “cuore di agricoltore”, il funzionario dell’agricoltura non ha rinnegato i propri obblighi istituzionali, ma li ha invece assunti in modo più pieno, contribuendo a riportare il proprio ministero verso uno scopo più elevato.
Ricongiungere l’anima al ruolo non è cosa semplice. Il poeta Rilke, che ha scritto dell’energia alata del divertimento dell’infanzia citata all’inizio di questo capitolo, nell’ultima strofa della poesia parla delle richieste dell’età adulta:
Prendi i poteri che eserciti e stirali
Fino a che congiungano i bordi del baratro tra le due
Contraddizioni... Perché il dio
Vuole riconoscersi in te.
Vivere un’esistenza integra da adulti è molto più scoraggiante che recuperare la nostra capacità infantile di fare la spola tra i due mondi. Da adulti dobbiamo infatti raggiungere un’integrazione completa che concili le contraddizioni tra la realtà interiore e quella esteriore e che sostenga tanto l’integrità personale quanto il bene comune. No, non è davvero una cosa facile, ma, come suggerisce Rilke, nel farlo offriamo alla vita del mondo ciò che di sacro vi è in noi.
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