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Approfondimento: Introduzione al Wu Wei

di Roberto Assagioli
Fonte: Redazione
31/01/2008
Introduzione al Wu Wei
La deliziosa Fantasia ispirata dalla Filosofia di Lao-Tze, dell'insigne orientalista e scrittore olandese Henri Borel, che presentiamo ai lettori italiani, è scritta in modo così semplice e limpido che sembra non richiedere alcun commento. Ma la filosofia su cui si basa è sottile e non sempre facile da afferrare e, poiché dei fraintendimenti possono portare a giudizi ingiusti e – quel che è peggio – a deduzioni pratiche e a atteggiamenti pericolosi nella vita, riteniamo non inutili alcuni chiarimenti o precisazioni.

La concezione di Lao-Tze più spesso e più grossolanamente fraintesa è proprio quella di WU-WEI, per l'impropria traduzione che ne è stata data con la parola “inazione”. Wu-Wei significa in realtà “azione compiuta senza uno sforzo teso, violento, personale, ma per spinta interiore, per impulso spirituale”. La migliore espressione per designare Wu-Wei è quella adottata dall'Evola di “agire senza agire”. È un'espressione paradossale, un apparente non senso, ma in questo appunto sta il suo pregio.
Poiché il lettore, il quale comprende che l'accoppiamento dei termini contraddittori non può essere in questo caso una sciocchezza o uno scherzo, è così indotto, anzi obbligato, a riflettere, a cercar di scoprire il significato profondo dell'apparente contraddizione. Le verità spirituali sono d'un ordine così radicalmente diverso da quello delle piccole “verità” empiriche e umane, sono così incommensurabili con esse, che il linguaggio corrente, fatto per designare queste, è del tutto inadeguato a indicare quelle. Perciò tutti gli Istruttori Spirituali nel loro travaglio per esprimere l'ineffabile, per designare con parole concrete e umane l'Illuminato e il Trascendente, hanno cercato di valersi di due mezzi: il simbolo e l'espressione paradossale. Tutte le scritture spirituali e religiose sono piene di paradossi : nelle Upanishad, ATMAN, il Supremo Sé, è detto “più piccolo del piccolo più grande del grande” e nel Vangelo troviamo “Io sono la resurrezione e la vita; chiunque crede in me, quand'anche fosse morto vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà mai” (Giov. XI, 25-26).

Ma in nessuna scrittura i paradossi abbondano come nel Tao-Te-King di Lao-Tze; egli è l'artista, direi quasi il virtuoso del paradosso, aiutato in ciò anche dall'indole della lingua cinese che si presta in modo speciale. Perfino la sua nascita è stata considerata paradossale; infatti secondo la leggenda, egli nacque coi capelli bianchi e saggio come un vecchio e perciò venne soprannominato Lao-Tze, che vuol dire letteralmente “fanciullo vecchio”, cosa che indica bene l'unione di una piena maturità spirituale e di una giovane semplicità che lo caratterizzano.
Quale aiuto alla retta comprensione dei paradossi e particolarmente di quelli di Lao-Tze, possono servire le seguenti norme: quando si trovano espressioni contraddittorie come ad esempio “agire senza agire”, si prenda uno dei termini in senso spirituale, essenziale, interiore e l'altro in senso umano, contingente, esteriore. Un altro modo è quello di ricercare un principio superiore ad un livello spirituale più alto, che risolva in sé, unificandoli in una sintesi creativa, i termini opposti. Per l’“agire senza agire” tale principio sarebbe la pura attività e potenza spirituale che ha in sé elementi e qualità tanto dell'azione ordinaria (efficacia) quanto dell'inazione (assenza di sforzo o tensione, di fatica), ma li trascende nella sua qualità e nei suoi effetti.

Inoltre non bisogna soffermarsi e impuntarsi a voler giudicare e criticare una espressione isolata dal contesto, avulsa dall'insieme dell'opera. Il vero significato di ogni parola, o frase singola risulta solo dalla lettura dell'intero scritto fatta con mente aperta, con intuizione sveglia, con simpatia interiore. Infine bisogna usare, ogni qualvolta è possibile, il criterio pragmatico; cioè osservare come vengano applicati nella vita, da coloro che li hanno espressi originariamente, o che ben li comprendono, i principi paradossali o, apparentemente, estremi.
Applicheremo questi criteri alla Fantasia ispirata dalla Filosofia di Lao-Tze, esaminando alcune delle frasi che più spesso possono meravigliare o sviare il lettore frettoloso o non comprensivo, o “scandalizzare” quello malevolo. Quando il vecchio Saggio dice “gioia e dolore non sono reali” bisogna ricordare il senso profondo che gli Orientali usano dare alla parola “reale”. Secondo loro, reale è solo il permanente, stabile, immutabile, eterno: cioè la sostanza spirituale del mondo e delle anime.

Da questo punto di vista, gioia e dolore possono essere chiamati “irreali”, senza per questo negare in alcun modo l'esistenza soggettiva della sofferenza umana, la sua realtà psicologica, e senza quindi diminuire la compassione che essa ispira, lo slancio per alleviarla. Solo si riconosce che gioia e dolore sono reazioni transitorie, rapporti temporanei di armonia o di disarmonia fra l'individuo e il mondo, stati di appagamento o di inappagamento di tendenze, bisogni e aspirazioni vitali. E questo riconoscimento del carattere relativo e contingente del piacere e del dolore personale è un grande aiuto per liberarsi dagli attaccamenti che asservono e dalle paure che tormentano e paralizzano.
Nello stesso modo ampio e superiore va inteso quello che dice sull'Amore il vecchio Saggio, il quale, mentre sembra dapprima negarlo, in realtà ne rivela l'ultima natura, l'essenza profonda, ed eleva un inno all'Amore trasumanato e trasfigurato, di un'altezza veramente platonica.
A qualcuno potrà sembrare un'amara e urtante ironia parlare del mondo quale “un grande santuario saggiamente concepito e sicuramente vigilato come una dimora stabile e bene ordinata”, mentre esso ci appare pieno di conflitti e di confusione, implicato in complesso e agitato travaglio. Ma quell'affermazione, così contraddetta dalle apparenze del momento, può contenere una verità superiore, indicare anzi il significato profondo e la giustificazione del nostro travaglio attuale quale “crisi di crescita”, quale un inconscio impulso di superamento delle attuali condizioni e quale avviamento a un migliore e più armonico ordine di vita. È il caos apparente, la confusione feconda del cantiere ove si sta costruendo faticosamente il “Santuario”, la “dimora stabile e bene ordinata” della nuova Umanità.

Queste interpretazioni sono confermate dal criterio pragmatico sopra accennato. Il contegno del Saggio, quale risulta dalla narrazione, dimostra che l'animo di lui non è affatto duro, freddo, insensibile. Egli non solo impartisce di buon grado al giovane europeo i suoi tesori spirituali, ma ha anche per lui piccole attenzioni e cure quasi materne; lungi dal cercar di staccarlo violentemente dalla vita ordinaria, come avrebbe potuto tentar di fare un Istruttore fanatico e intransigente. Egli lo rimanda nel mondo per fare le esperienze a lui ancor necessarie, per compiervi il suo sviluppo interiore. E gli mostra il suo affetto paterno addolcendogli la pena del distacco col dono generoso della mirabile opera d'arte che gli era tanto cara...
Liberiamoci una volta per sempre dal falso e dannoso preconcetto che le concezioni spirituali rendano inumani e separino dalla vita; esse invece ci rivelano il vero significato di noi stessi, degli altri e del mondo e ci aiutano a vivere in modo più saggio, più nobile, più generoso.

Roma, 11 giugno 1932

Roberto Assagioli
Copertina libro: Azione senz'Azione

Henri Borel

Azione senz'Azione

Wu wei, l'arte spirituale dal cambiamento senza sforzo

Uno straniero sbarca sulle coste dell’isola cinese di Shièn-Shan. Egli va in cerca di conoscenza, di risposte alle sue domande: chi siamo? Che cosa è il mondo che ci...

Pagine 96, € 8.50

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